elettrolettera 278 san pietro deserta e assolata 7 giugno 2020
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elettrolettera 278 san pietro deserta e assolata 7 giugno 2020
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l’autore della monografia poesie di legno è marco affaitati, un giovane pittore, artista multimediale e grafico editoriale. il lavoro, redatto nel 2011, è dedicato ai mobili e sculture di legno da me realizzati nel corso degli anni.
marco li ha osservati a lungo e li ha ritratti con il suo terzo occhio, la macchina fotografica, per entrare nell’anima di queste cose. particolari e totali di elementi diversi sono accostati con una ricerca di assonanze e confronti. le venature dialogano e si confrontano. il colore del legno diventa calore. marco è riuscito a dare un’altra vita a questi manufatti, li ha fatti diventare poesie di legno.
scarica il pdf della monografia, a sx.
una vita con i mobili
l’amore per il legno cominciò per caso: a metà degli anni sessanta un fulmine spezzò un albero di noce in una proprietà dei miei genitori in calabria. mia madre pensava di farne legna da ardere ma un mio cugino architetto mi suggerì di utilizzare l’essenza pregiata per farne una libreria.
nel ’68, a ventuno anni, pensai una cosa agile, componibile e divisibile in modo da poter utilizzare al meglio le tavole che erano state segate male: corte e poco spesse per abbreviare i tempi della stagionatura. l’idea fu di fare scatole aperte su uno o due lati, in formati diversi ma in misure montabili per una costruzione a piramide senza viti. l’equilibrio statico era dato dalla composizione e dal peso dei libri. un vecchio artigiano le lavorò incastrandole a coda di rondine a mano, un’esecuzione oggi proibitiva. la libreria funzionò, nonostante le perplessità della famiglia sull’assenza di agganci alla parete.
ci fu poi una sorpresa sgradita. la pianta era caduta in primavera, già in vegetazione e in lunazione. il legno di conseguenza si tarlò con il capricorno, un verme spesso anche un centimetro. di notte e di giorno la libreria gracchiava. imparai a eliminare l’infestazione con un lungo e complesso procedimento.
mi entusiasmai per la lavorazione del legno. mio padre condivise l’entusiasmo (fu l’unico nella famiglia) fece recidere altri alberi e li mise a stagionare.
cominciò l’avventura di inventare mobili per la mia casa. studiai i più grandi progettisti, da rietveld a mies van der rohe, a gaudì a le corbusier, la bauhaus e la meravigliosa stagione del liberty europeo.
nel ’78 la seconda libreria, poi un grande tavolo con lo scultore toni benetton che fece la base, una gamba unica di rami d’ulivo battuti nel ferro, vera opera d’arte. seguirono un armadio in quattordici elementi, un mobile scala e via. il concetto di base era di realizzare mobili componibili, adattabili a cambiare dimensioni per case e per pareti diverse.
la razionalità della forma doveva accoppiarsi alla bellezza delle venature, all’andatura e al colore vero della materia.
il lusso del massello
il legno va rispettato; bisogna osservare le sue caratteristiche che variano da essenza a essenza: durezza, compattezza, flessibilità, durata, resilienza. il noce e l’olmo sono duttili e si prestano a quasi tutte le lavorazioni mentre l’ulivo e il ciliegio ne rifiutano alcune. il noce e il ciliegio sono più soggetti ai tarli, l’olmo e l’ulivo molto meno.
il noce è più costoso e raro. una malattia ha sterminato, negli anni ottanta, tutti gli olmi della calabria. l’albero di ulivo fornisce poco legname utile alla lavorazione perché i fusti sono contorti e le piante oltre i cinquant’anni si corrodono nelle fibre interne, anche se la loro vita può essere millenaria.
oggi sono rari gli artigiani con esperienza del massello, gli ebanisti; gran parte dei falegnami pratica con sicurezza e rapidità pannelli industriali.
i mobili in commercio, luccicanti in foto, hanno scarsa resistenza e vita breve, ma prezzi accessibili. i masselli di ebanisteria costano molto: chi è disposto a spendere per qualcosa che durerà diverse generazioni?
bisogna guardare da vicino un mobile in massello, toccarlo, conviverci per apprezzarne appieno la bellezza e la funzionalità. e’ un lusso, ma un lusso che ripaga. per questo ho dedicato anni, applicazione, energie e risparmi per fare mobili sculture in essenze pregiate.
le mie poesie di legno.
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il chiaro e il cupo è il chiaro che accorre se trema la terra il chiaro è inerme il cupo ha il bastone è il chiaro che dona è anonimo il chiaro quattro maggio 2015 |
fair and foul
fair rescues when the earth quakes hooded foul mars and destroys fair is armless foul grips a cudgel fair donates foul plunders fair uses discretion foul struts about chanting fair howling foul translation by rodolfo longo |
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20150504 chiaro e cupo mi riconosco nelle monellerie del cupo! caterina banella io e te siamo chiari….senza alcun dubbio!
lasciamo lo scuro a quei cretini di black blocks….
caro antonio, i tuoi versi mi vengono a trovare come ospiti amici….
lirica stupenda……è “chiara”!!! carla barozzi
complimenti per tutto quello che esprimi negli ambiti letterari molto interessante. francesco luzza
grazie, caro bruni, della poesia il chiaro e il cupo, che dialettizza
complimenti, questa tua bella poesia, mi giunge con il suono della lingua italiana, com ` è vero, antonio. un abbraccio. pamela grazie, antonio, è stato un piacere e un`emozione leggere i tuoi versi.
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alessandra comazzi ha pubblicato una recensione alla poesia segreto del kiwi sul quotidiano la stampa il 7 maggio 2004 a commento della lettura in diretta nel programma di raiuno unomattina (scarica il pdf a sx sotto l`immagine)
segreto del kiwi
la buccia è pellicola bruna
che ruvida il morso sgradisce
poliedrico fiore racchiude
che esige mostrarsi con arte
da come si taglia è variante
dei semi si accende ornamento
mosaico di umori e di aromi
dipinti in percorsi sottili
vitali essenziali potenti
ventinove aprile 2004
micuccio morfea
marabuta
c’è solo una mano che parla
non spiega il mesto sorriso
di labbra serrate dal velo
e tenta coprire il subbuglio
del corpo negato alla vita
costretto in sentenza accettata
che asciuga spirito e carne
e cela in curva del manto
l’offesa del suo sacrificio
marabuta, in dialetto calabrese, indica la monaca di casa, usanza non rara nei paesi. sono le donne che si vestivano da consacrate, anche se non lo erano e restavano a vivere in famiglia.
la rivista trimestrale itaca, diretta da antonio minasi, ha pubblicato in digitale, nel numero di aprile 2015, un mio articolo sullo scultore calabrese micuccio morfea (allegato in pdf pag. 13). itaca da otto anni parla meritoriamente del mondo della calabria, una regione povera ma fiera, la cui vitalità culturale è poco conosciuta. la scoperta dell’arte di morfea è un passo nella valorizzazione di questa terra. consiglio a chi ama la calabria di abbonarsi e sostenere questa rivista, pubblicata grazie al volontariato degli amici casa della cultura di leonida repaci. per ottenere una copia stampata, scrivere a [email protected] ; tutti numeri sinora pubblicati sono su http://www.itacatabloid.it/
micuccio morfea (1912-2001), amore per la pietra e arte spontanea
cominciò come scalpellino: tagliava le pietre per l’edilizia (case, muri, strade, ponti) e ne aveva appresi tutti i segreti. conosceva le venature, i versi della materia e sapeva trovarne i punti deboli. incidendo con scalpello e mazza, riusciva tagliare un masso senza rovinarlo. nelle sue mani la roccia diventava morbida, mansueta, fino a rispondere alle sue intenzioni.
micuccio morfea, nato nel 1912 a san pietro di caridà, al confine tra le province di reggio e vibo, passò poi la vita nel paese della moglie, dasà. in calabria, chi proviene da un altro comune, anche vicino, resta sempre un forestiero e lui, a dasà, lo era ancora di più per la sua arguzia e per il gusto di parlare in versi, con la rima. il suo amore per l’espressione artistica passava dalla poesia alla scultura.
negli anni 60, con l’introduzione dei mattoni, morfea non trovava più lavoro come scalpellino e si mise a fare il contadino e altri piccoli lavori ma gli rimase la passione per i sassi, ormai inutili nell’edilizia. aveva frequentato solo le elementari e aveva una gran voglia di conoscenza, alimentata da una forte intelligenza. prese in mano i libri di scuola dei nipoti e leggendoli, conobbe le riproduzioni delle sculture greche e romane, michelangelo e bernini. rimase affascinato da queste opere e iniziò a riprodurle alla sua maniera, interpretandole. giano bifronte divenne una duplice faccia di giovane calabrese; la bocca della verità, un mascherone di donna tonda con la linguaccia; la pietà, uno strazio materno contadino, le decorazioni dei sarcofagi si tramutavano in allegri festoni a frammenti.
fece un busto di suo padre per il cimitero, poi quello di un nipote morto giovane. qualcuno tentò una commissione funeraria ma andò male: si volevano visi dolci, smielati, invece le sue figure avevano tratti rudi, con le rughe da intemperie e lo spirito grinzoso, rispondenti alla fisiognomica locale. tentò di ritrarre qualche faccia che lo aveva colpito: un uomo affannato dal collo grosso, un prete arcigno, una donna dallo sguardo chiuso. la forte superstizione dei calabresi tendeva a rifiutare i ritratti (mi caccia l’anima, è di malaugurio!). erano accettati di più i lavori decorativi: vasi, bassorilievi, insegne perché non implicavano un difficile giudizio estetico. in pochi capivano la sua capacità di indagare artisticamente le immagini dei suoi compaesani. morfea non si curava di derisioni e indifferenza e creava in continuazione, alla ricerca di nuovi tagli espressivi. amava molto la serpentina, una pietra igroscopica che diventa verde se inumidita e che dà un buon risultato di superficie semi ruvida. l’asperità di questa materia si presta bene alla durezza dei volti calabresi che fino agli anni settanta erano provati dalla povertà.
andava a cercare la serpentina lungo torrenti impraticabili. mi ricordo che portammo su a braccia per un dirupo, dal fondo di una fiumara, un sasso di circa quaranta chili. nelle figure riusciva a dare il meglio di sé: bagnante, un piccolo nudo (60 cm) di donna matura in piedi, che pudicamente si copre i seni, è forse l’immagine della moglie, non disponendo di altre modelle. il suo capolavoro è, a mio giudizio, marabuta (serpentina 50x25x30), che in dialetto calabrese indica la monaca di casa, usanza non rara nei paesi. sono le donne che si vestivano da consacrate, anche se non lo erano e restavano a vivere in famiglia.
micuccio morfea, morto a dasà nel 2001, può essere considerato un vero artista contadino, autodidatta e spontaneo, interprete dei volti della sua terra negli anni in cui l’antica civiltà contadina stava scomparendo. la sua figura e le sue opere, stimate in duecento lavori, devono essere ricordate tra le espressioni artistiche calabresi del 900.